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L’imprenditoria femminile degli anni ’90

Posted by on Feb 16, 2008 in Women and work | 0 comments

La discriminazione sui luoghi di lavoro è tutt’altro che un fenomeno debellato e colpisce ancora centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo.

Il mercato del lavoro è inoltre, sempre più, una questione di genere: l’occupazione cresce, ma non in eguale misura per le donne e per gli uomini.

La storia ci insegna che il particolare momento economico, politico e sociale e soprattutto le esigenze di produzione e di mercato stabiliscono determinano la presenza più o meno numericamente consistente delle donne nel mondo del lavoro.

Pensiamo ad esempio alla crisi degli anni ’70 in Europa, proprio mentre questa si avviava alla realizzazione di un mercato unico dentro cui si rendeva necessaria una certa stabilità  economica degli Stati membri.

La crisi economica del 1973 e le conseguenti ristrutturazioni hanno messo in luce differenze di sviluppo tra alcuni Stati.

Le difficoltà  economiche erano da attribuirsi in larga parte proprio alle disuguaglianze esistenti tra donne e uomini nel mondo del lavoro, in cui le donne risultavano particolarmente vulnerabili in ragione dell’accresciuta concorrenza sul mercato del lavoro, situazione resa ancora più critica dall’introduzione delle nuove tecnologie per le quali si richiedeva un buon livello di preparazione.

Il progetto europeo, difatti, non aspirava soltanto a creare uno spazio dicrescita economica, ma si impegnava anche a favore del progresso sociale.

La presenza femminile nelle posizioni manageriali, ad esempio, risultava all’inizio degli anni ’90, scarsa o addirittura inesistente.

I vertici manageriali all’interno delle aziende pubbliche e private e le più alte cariche accademiche o scientifiche negli enti di ricerca pubblici hanno visto negli anni ’90 una scarsissima presenza femminile che persiste ancora oggi anche se in misura inferiore.

L’accesso delle donne alle posizioni di vertice nell’industria privata sembrava essere inversamente proporzionale alla grandezza dell’impresa.

Si passava, infatti, dal 7% di donne dirigenti nelle piccole imprese al 3% nelle grandi imprese (oltre 500 addetti).

Tra la fine degli anni ’80 e i l’inizio degli anni ’90 si è così osservata in Europa la tendenza crescente di donne ad orientarsi verso la creazione di piccole attività  indipendenti in tutta la Comunità  come mezzo per risolvere in parte il problema della disoccupazione femminile ma molto spesso non si è riuscite a creare un’impresa per mancanza di formazione e di saper fare.

Le donne, poi, non hanno trovato sempre il contesto adatto per trasformare l’idea in una concreta iniziativa imprenditoriale.

Emerge da molte ricerche la conferma che le donne muovono i primi passi, verso la scelta imprenditoriale, da una posizione di partenza più debole.

Si sono delineati, infatti, negli anni ’90, percorsi fortemente differenziati tra uomini e donne in merito all’avvio di una nuova impresa.

Gli uomini scelgono più frequentemente di mettersi in proprio dopo una consolidata esperienza come dipendenti, molte volte nello stesso settore.

La decisione di mettersi in proprio deriverebbe da una spinta forte verso l’autorealizzazione professionale ed economica che spesso il lavoro dipendente non consente di conseguire.

Per le donne la scelta di mettersi in proprio veniva spesso determinata da uno stato di necessità , per porre rimedio a un periodo di disoccupazione o di non occupazione prolungata.

Non hanno pertanto accumulato quelle esperienze, competenze e conoscenze che un’attività  lavorativa pregressa può invece consentire.

Le donne inoltre non disponevano di risorse economiche adeguate e hanno avviato imprese di dimensioni medie inferiori a quelle maschili.

Ciò contribuisce a spiegare la relativa debolezza delle imprese femminili.

La strada del sostegno all’accompagnamento delle donne verso un lavoro imprenditoriale risulterebbe una scelta vincente per incoraggiare un maggior numero di donne ad intraprendere la strada della creazione di una impresa.

Aspirazione all’autonomia ed indipendenza, qualità  del lavoro, acquisizione di margini di maggiore libertà  e di controllo diretto sul proprio lavoro e la propria vita e il riconoscimento sociale, sarebbero le motivazioni alla base delle scelte delle imprenditrici.

Le forti motivazioni e l’adeguata preparazione non sono state però spesso sufficienti a superare alcuni ostacoli quali il reperimento di capitale, l’acquisizione dei clienti e la mancanza di servizi che costituiscono le difficoltà  più rilevanti per i neoimprenditori senza particolari differenze di genere.

Tuttavia le imprenditrici evidenziavano un’area di problematicità  tutta femminile costituita dalla necessità  di conciliare il lavoro con le esigenze famigliari (16.6%).

La famiglia dunque non era solo fattore di sostegno ma anche fattore di vincolo.

L’accesso al credito rimaneva comunque uno dei nodi centrali per l’avvio dell’attività  imprenditoriale, un elemento decisivo nel determinare le concrete possibilità  di successo.

I risultati di varie ricerche a livello europeo sottolineavano come le imprese femminili facessero maggiormente ricorso al capitale fornito dal circuito famigliare/amicale, e al credito bancario ma anche al capitale proprio in fase di avvio dell’impresa.

Il mancato ricorso al credito bancario era spesso imputabile, per le imprese femminili, alla difficoltà  di prestare le garanzie richieste e alla mancanza di convenienza economica.

Il programma ILE ( iniziative locali d’impiego per le donne) realizzato in sede Comunitaria nel 1987 e che prevedeva l’erogazione di contributi diretti alle donne che volessero avviare a livello locale un’attività  autonoma, un’impresa, una cooperativa, una iniziativa a scopo sociale ed ambientale, con posti di lavoro a maggioranza femminile, ha giocato un ruolo fondamentale in quanto nel periodo compreso fra il 1994 e il 1995 sono stati creati 1300 impieghi portando al 44% il numero di donne imprenditrici nell’Unione Europea.

La creazione di imprese presentava pertanto un interesse considerevole per lo sviluppo futuro dell’economia europea nella misura in cui le piccole e medie imprese costituivano un’importante risorsa per la creazione di posti di lavoro.

In Italia uno strumento a sostegno dell’attività  lavorativa femminile è stato rappresentato dalla legge n. 215 del 25 febbraio 1992 recante Azioni positive per l’imprenditoria femminile, la quale mirava a favorire la creazione e lo sviluppo dell’imprenditoria delle donne, a promuovere la formazione imprenditoriale e a qualificare la professionalità  delle donne imprenditrici.

Tale legge era volta a far sì che le imprese fossero composte per il 60% da donne e le imprese stesse erano tenute a mantenere la prevalenza femminile nella società  per almeno 5 anni.

Nella Comunità  europea i fondi strutturali sono stati gli strumenti della politica comunitaria del lavoro; tra questi il più importante è stato il Fondo Sociale Europeo, creato dal Trattato di Roma del 1957, i cui interventi finanziari concernevano la promozione e lo sviluppo strutturale delle regioni, il risanamento dei territori gravemente colpiti dal declino industriale, la lotta contro la disoccupazione duratura, facilitando l’inserimento di giovani e integrando nel mercato del lavoro le persone più deboli e minacciate dal lavoro stesso, la promozione dello sviluppo delle zone industriali e delle regioni con una densità  di popolazione estremamente debole.

Circa l’80% dei fondi del FSE vengono utilizzati per combattere la disoccupazione di lunga durata e l’esclusione dal mercato del lavoro, fornire ai giovani le qualifiche necessarie e l’opportunità  di trovare lavoro, promuovere la parità  di opportunità  ed aiutare i lavoratori nel processo di adeguamento alle trasformazioni industriali.

In particolare, il FSE sostiene la formazione di personale insegnante, la riqualificazione e la formazione professionale continua, oltre a finanziare le interconnessioni tra istituti di formazione e a contribuire alle spese per la custodia dei figli sostenute da donne che intendano seguire corsi di aggiornamento professionale.

Ottimi risultati si sono per esempio ottenuti con un’iniziativa condotta a Brema, che ha consentito a numerose donne di acquisire una formazione in vari campi: attività  tecnico-commerciali o paramediche, nonché elaborazione dati e tecnica delle comunicazioni.

Quasi l’80% delle partecipanti ha poi potuto trovare un lavoro.

Per facilitare l’accesso di queste donne al mondo del lavoro, il FSE ha provveduto a pagare i costi per la custodia dei figli, ma anche un salario minimo durante il periodo di formazione.

L’attività  imprenditoriale rappresenta per le donne uno sbocco lavorativo in grado di fornire in molti casi elementi significativi di gratificazione sotto il profilo professionale, nonché sul piano del raggiungimento di una compiuta auto-realizzazione dal punto di vista sia culturale che personale: per molte donne quindi la creazione di piccole e medie imprese può rappresentare una grande opportunità , una soluzione importante al problema della ricerca di un lavoro.

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