Nel secondo Programma d’azione comunitario 1986-1990 fu posta l’attenzione sul fatto che l’uguaglianza nell’accesso al lavoro fra donne e uomini dipendesse fortemente dalla possibilità o meno di conciliare la vita lavorativa con quella familiare.
Nel 1987 era stato presentato un disegno di legge che, a seguito di un iter lento e faticoso, è stato trasformato nella legge n. 125 del 1991, contenente norme in materia di “Azioni positive per la realizzazione della parità uomo-donna nel lavoro”.
Tale legge costituisce un importante strumento, estremamente innovativo, che colloca l’ordinamento italiano tra quelli che hanno dato attuazione, in modo più completo, alle raccomandazioni della Comunità Europea.
Con questa legge si realizza il passaggio dalla cultura della parità a quella delle pari opportunità .
Resta, tuttavia, ancora il problema della sua effettiva applicazione nella realtà quotidiana lavorativa.
In parallelo alla evoluzione legislativa, un visibile passo avanti, verso la parità , si è compiuto anche nella contrattazione collettiva dove si è verificato un graduale recepimento delle esigenze delle donne, soprattutto per ciò che riguarda salute, maternità , permessi parentali ed orari di lavoro.
Per ciò che riguarda la parità , la suddetta contrattazione ha affrontato anche il tema della segregazione femminile, ottenendo la revisione dell’inquadramento e dell’inserimento delle donne in lavori tradizionalmente maschili, solitamente più qualificati e meglio retribuiti.
Occorre sottolineare che, però, nei modelli contrattuali si evidenziano ancora alcune distonie; ciò è da ricollegarsi al fatto che, probabilmente, la contrattazione collettiva si è spesso basata sul presupposto di un’uguaglianza tra uomini e donne, intesa quale “identità ”, non prendendo però atto della duplicità di caratteristiche ed esigenze legate ai due generi.
In questo secondo Programma d’azione si fece più evidente la necessità di migliorare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro che, malgrado la loro presenza in questo campo, occupavano nella maggior parte dei casi i posti con remunerazioni minori.
Tra i fattori che maggiormente impedivano l’accesso delle donne nel mondo del lavoro nella metà degli anni ’80 vi erano la discriminazione in materia di educazione e le difficoltà di accesso alla formazione professionale.
La realizzazione di una vera parità delle opportunità fra donne e uomini nelle scuole costituiva la base per giungere poi ad un’uguaglianza nella vita professionale in quanto le attitudini adottate nel periodo scolastico e le qualificazioni acquisite avrebbero influito sulle future possibilità di formazione e sviluppo professionale.
Le difficoltà d’accesso alla formazione professionale, mantenendo le donne ai bassi gradi delle qualifiche, facevano sì che il potenziale femminile fosse sotto utilizzato e che gli impieghi delle donne fossero esposti a maggiori minacce ed è per questo che si rendeva necessario lo sviluppo delle possibilità di formazione, bisogno constatato chiaramente dalla Raccomandazione del 24 novembre 1987 della Commissione europea, all’interno della quale venne posta in rilievo la necessità di creare luoghi d’accoglienza per i bambini per agevolare le madri lavoratrici.
Due direttive vennero adottate nel corso di questo programma; la prima, la 86/378, riguardò la messa in opera del principio di uguale trattamento nei regimi professionali di sicurezza sociale, la seconda, la 86/613, riguardò invece l’applicazione del principio di uguale trattamento fra donne e uomini esercenti un’attività indipendente, compresa l’attività agricola, così come la protezione della maternità .
Era essenziale che alle donne fossero riconosciuti i medesimi diritti degli uomini, attraverso una migliore gestione delle assunzioni, delle risorse umane e il riconoscimento delle donne nelle organizzazioni.
Le imprese dovevano far fronte ai cambiamenti strutturali e tecnologici della metà degli anni ’80 e alla penuria di mano d’opera qualificata; ciò sarebbe stato possibile attraverso corsi di formazione professionale femminile che potessero dare alle donne un elevato grado di preparazione in modo da riuscire ad entrare in quei settori che da sempre, come il campo tecnologico, erano stati dominati dal sesso maschile grazie ad una maggiore preparazione nel settore.
Per incoraggiare lo sviluppo delle azioni positive nel 1987 la Commissione europea creò una serie di reti di lavoro, una delle quali volta alla “diversificazione delle scelte professionali, altre volte a promuovere la parità nel settore privato e nel pubblico”.
Per assicurare che gli Stati membri seguissero la Raccomandazione la Commissione creò nel 1988 una rete di scambi di progetti di dimostrazione concernenti la formazione professionale delle donne in tutti gli Stati membri, progetto che venne denominato IRIS.
Nella lotta contro la concentrazione professionale delle donne in determinati settori e le qualificazioni minori la Commissione, attraverso il programma ‘86-’90 prevedeva l’attuazione di una serie di azioni volte ad incoraggiare lo sviluppo di azioni positive nelle industrie e nei settori pubblici e privati, mediante la pubblicazione di una guida di buona condotta per aiutare le imprese e le organizzazioni interessate a lanciare tali programmi di azioni positive, o ancora grazie ad altre pubblicazioni, come quelle sugli studi concernenti gli ostacoli riscontrati dalle donne nell’accesso al lavoro e alla formazione professionale condotti nel 1985 e il rapporto di un seminario europeo del 1987 volto a trovare soluzioni che migliorassero la situazione in quel settore.
Con questo secondo programma d’azione la Comunità ritenne indispensabile promuovere azioni di sensibilizzazione volte a favorire l’evoluzione della mentalità affinché la promozione della parità delle opportunità non si limitasse solo all’adozione delle legislazioni, la cui applicazione concreta risultava molte volte limitata, oppure a dichiarazioni politiche tante volte illusorie e senza effetti pratici, mettendo in risalto gli aspetti positivi dei valori della parità nella vita professionale e sociale.
Il compito degli Stati membri fu quello di assicurare un’informazione migliore in materia di parità , mediante seminari o colloqui, tramite lo sviluppo di meccanismi di controllo ed elaborazione delle disposizioni relative alla parità di opportunità , l’orientamento scolastico e professionale come parte integrante del ciclo d’istruzione di tutti gli allievi, misure volte ad una ripartizione equilibrata dei posti occupati dagli uomini e dalle donne a tutti i livelli dell’insegnamento, mentre per quanto riguarda la Commissione il suo compito fu di approfondire i lavori di applicazione delle direttive esistenti mediante le reti di esperti (IRIS), esaminando le eventuali misure da prendere alla luce degli elementi d’informazione e delle proposte avanzate dagli esperti, divulgando i risultati dei lavori al fine di stimolare la riflessione a livello comunitario e presso gli Stati membri, continuando, nell’ambito della transizione dei giovani dalla scuola alla vita attiva e nella promozione di programmi integrati per la diversificazione delle scelte professionali.
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