Fra donne e uomini divario retributivo sempre più alto: perchè?

Posted by on Jul 20, 2009 in Women and work | 0 comments

Il divario di retribuzione è la differenza delle retribuzioni orarie medie delle donne e degli uomini per tutti i settori dell’economia; questo divario esistente tra donne e uomini si ripercuote pesantemente sui guadagni percepiti nell’arco di tutta la vita: una retribuzione inferiore si traduce infatti in una pensione di minore entità  ed è causa di un maggiore rischio di povertà  per le donne anziane.

Tale differenza retributiva è quindi la conseguenza di una continua discriminazione sul mercato del lavoro nei confronti delle lavoratrici.
In tutta Europa, le donne percepiscono in media una retribuzione inferiore del 17% circa rispetto a quella degli uomini e in alcuni Paesi tale divario si sta allargando sempre di più.
Il divario retributivo è inoltre collegato ad una serie di fattori giuridici, sociali ed economici che vanno oltre la mera questione di una pari retribuzione per uno stesso lavoro.

Tali differenziali retributivi fra uomini e donne possono essere suddivisi in:

1) divari strutturali (da attribuire a differenze di età , formazione, livello professionale)

2) dati incompleti (mancanza di elementi esplicativi dei differenziali nelle statistiche)

3) discriminazioni retributive dirette (pur tenendo conto di differenze strutturali, la retribuzione è diversa a parità  di lavoro)

4) discriminazioni di valore (il lavoro principalmente espletato dalle donne è considerato di minor valore rispetto a quello degli uomini anche a parità  di qualifiche e di responsabilità ).

I fattori strutturali che determinano differenze retributive sono in particolare l’età , la formazione e la professione.

Indubbiamente vi sono numerosi altri fattori che rientrano nella categoria delle “differenze strutturali tra uomini e donne sul mercato del lavoro” e cheacquistano sempre maggiore importanza.

Ad esempio le donne seguono spesso un percorso professionale di diverso tipo: sono più numerose le donne occupate a tempo parziale ed interrompono più degli uomini l’attività  lavorativa, con conseguenze per la progressione della carriera e per l’accesso alle funzioni dirigenziali

Per converso sono in numero inferiore gli uomini che scelgono il tempo parziale o interrompono la propria attività  lavorativa contribuendo in tal modo in minor misura alla conciliazione fra vita professionale e vita lavorativa e all’assolvimento di compiti di cura.

Questa maggiore lentezza della progressione della carriera delle donne si traduce in livelli salariali più bassi.

La discriminazione indiretta, invece, opera da un lato per i posti o le funzioni principalmente coperti da donne e, dall’altro, per quelli soprattutto occupati da uomini si manifesta sostanzialmente in due modi, che sono strettamente associati con la segregazione presente sul mercato del lavoro ed il fenomeno del doppio mercato lavorativo.

Donne e uomini tendono tuttora a lavorare in ambiti diversi.

Da una parte, è vero che le donne e gli uomini spesso predominano in settori diversi, dall’altra, all’interno dello stesso comparto o della stessa azienda, le donne svolgono principalmente professioni meno retribuite e meno considerate.

Le donne vengono spesso impiegate in settori in cui il loro lavoro è meno considerato e retribuito rispetto a quelli a predominanza maschile.

Più del 40% delle donne occupa un posto di lavoro in settori quali la sanità , l’istruzione e la pubblica amministrazione: una percentuale doppia rispetto alla quota di uomini attiva negli stessi ambiti.

Prendendo in esame il solo settore della sanità  e dell’assistenza sociale, si rileva che l’80% degli impiegati in questo comparto è costituito da donne.

Le donne, inoltre, trovano più spesso impiego come assistenti amministrative, commesse o in posti di lavoro non qualificati o scarsamente qualificati: si tratta di occupazioni che costituiscono quasi la metà  della forza lavoro femminile.

Molte donne svolgono infatti attività  lavorative scarsamente retribuite come, ad esempio, lavori di pulizia o di assistenza.

Le donne lavoratrici sono inoltre sottorappresentate nelle posizioni manageriali e direttive: ad esempio, rappresentano appena il 32% dei direttori delle aziende dell’UE, il 10% dei membri dei consigli di amministrazione delle principali aziende e il 29% del totale di scienziati ed ingegneri di tutta Europa.

L’attività  lavorativa tradizionale svolta nei settori “produttori di benessere”, quale il settore assistenziale, sono meno remunerati del lavoro svolto, ad esempio, nel settore bancario, benché ciò non sia giustificato da alcuna ragione oggettiva riferibile all’impegno fisico del lavoro o al grado di responsabilità  ricoperto.

In secondo luogo le funzioni nei settori misti, ossia quelli che occupano contemporaneamente uomini e donne, sono valutati in modo iverso a seconda che il posto sia ricoperto da un uomo o da una donna.

Anche in questo caso non è ravvisabile alcuna ragione obiettiva di tale differenza di trattamento.

La soluzione per eliminare tale valutazione discriminatoria della funzione e dunque la discriminazione nella formazione dei salari, sarebbe di rendere misti i settori, percorsi formativi e professioni interessati da tale fenomeno, per far scattare un meccanismo automatico di rivalutazione dei settori e delle professioni prima caratterizzate da una presenza esclusivamente femminile.

Il motivo di una retribuzione inferiore percepita dalle donne rispetto ai colleghi uomini che svolgono un lavoro di pari valore è imputabile al modo in cui vengono valutate le competenze delle donne rispetto a quelle degli uomini.

I lavori che richiedono competenze, qualifiche o esperienze simili tendono ad essere scarsamente retribuiti e sottovalutati se svolti principalmente da donne anziché da uomini.

Ad esempio, gli addetti alla cassa dei supermercati (professione svolta principalmente da donne) percepiscono una retribuzione inferiore rispetto ai dipendenti impegnati nella rifornitura degli scaffali o in altre mansioni che richiedono una maggiore forza fisica (soprattutto uomini).

Inoltre, anche la valutazione del rendimento e, conseguentemente, il livello di retribuzione e l’avanzamento di carriera possono essere oggetto di discriminazioni a vantaggio degli uomini.

Nel caso in cui donne e uomini siano parimenti qualificati, può avvenire che la responsabilità  del capitale possa essere valorizzata maggiormente rispetto alla responsabilità  delle persone.
La segregazione è però molto spesso collegata a tradizioni e stereotipi i quali possono ad esempio influenzare la scelta degli indirizzi di studio e, conseguentemente, le carriere professionali intraprese da donne giovani e adulte.

Malgrado il 55% degli studenti universitari sia rappresentato da donne, queste costituiscono una minoranza in campi quali la matematica, l’informatica e l’ingegneria.
Solo 8,4 donne su 1.000 nella forbice di età  tra i 20 e i 29 anni hanno conseguito una laurea in matematica o presso facoltà  scientifiche e tecnologiche (in confronto a 17,6 uomini).

Ne consegue un numero minore di donne impiegate in lavori scientifici e tecnici, un fattore che in molti casi porta le donne a lavorare in settori dell’economia meno considerati e meno retribuiti.
A causa di tali tradizioni e stereotipi, ci si aspetta che le donne riducano il proprio orario di lavoro o abbandonino il mercato del lavoro per occuparsi dell’assistenza ai bambini o agli anziani.

In merito alla conciliazione della vita privata con quella professionale, le donne si imbattono in maggiori difficoltà  rispetto agli uomini.
La ripartizione delle responsabilità  familiari e assistenziali non avviene ancora equamente: il compito di prendersi cura dei familiari a carico, infatti, viene principalmente assunto dalle donne.
A usufruire del congedo parentale sono molto più spesso le donne rispetto agli uomini.

Una simile situazione, unita alla mancanza di strutture assistenziali per bambini e anziani, fa sì che molte donne si vedano spesso costrette ad abbandonare il mercato del lavoro: il tasso di occupazione delle donne con figli a carico è di appena il 62,4% rispetto al 91,4% degli uomini nella stessa situazione.

Il lavoro a tempo parziale è sicuramente una scelta personale, eppure a ricorrervi nella maggior parte dei casi sono le donne, sempre più in difficoltà  nel riuscire a conciliare le responsabilità  lavorative con quelle familiari.
L’esistenza di un divario retributivo appare evidente se si osservano le differenze in termini di retribuzione oraria tra lavoratori a tempo parziale e dipendenti a tempo pieno.

In tutta Europa, le donne che svolgono un’attività  professionale a tempo parziale sono più di un terzo del totale, rispetto ad appena l’8% degli uomini: più di tre quarti dei lavoratori a tempo parziale totali sono donne.
Di conseguenza le donne sono soggette a più interruzioni di carriera o hanno un orario di lavoro ridotto rispetto agli uomini.

Ciò può incidere negativamente sulla loro carriera professionale o sulle loro prospettive di promozione: un fattore, questo, che si traduce anche in percorsi lavorativi meno gratificanti in termini finanziari.
Colmare il divario di retribuzione tra donne e uomini significherebbe non solo creare una società  dell’uguaglianza, ma sarebbe in pratica anche una questione di buon senso commerciale: costituirebbe un vantaggio sia per i datori di lavoro sia per i lavoratori.

L’uguaglianza tra donne e uomini è fondamentale, difatti, per la creazione di lavori di qualità .

L’introduzione di una prospettiva di genere potrebbe aiutare le aziende a:
assumere e mantenere i migliori dipendenti;
- creare un ambiente di lavoro positivo e conquistare la fiducia dei dipendenti;
- sfruttare al meglio le risorse umane e migliorare produttività  e competitività ;
- avere una migliore immagine pubblica e un valore azionario più elevato, nonché una clientela maggiormente soddisfatta.

Le donne hanno rivestito un ruolo fondamentale nella crescita occupazionale ed economica dell’Europa e le loro competenze ed il loro talento sono necessari per lo sviluppo economico e sociale delle nostre società .

Ciò, come abbiamo visto, non viene tuttavia rispecchiato dalla loro retribuzione e dalla loro posizione sul mercato del lavoro.
La sottovalutazione del lavoro delle donne e il sottoutilizzo delle loro competenze è una perdita di risorse per l’economia e per la società  in genere.
Un migliore uso delle competenze delle donne consetirebbe loro di fornire un migliore contributo a tutti i settori dell’economia.

Inoltre, la valorizzazione del lavoro e delle competenze delle donne potrebbe motivarne le prestazioni e migliorarne l’indipendenza economica.
Un aumento delle retribuzioni femminili nell’arco del ciclo vitale ridurrebbe il rischio di povertà  a cui la maggior parte dele donne sono soggette.
Il tasso di persone a rischio di povertà  è infatti pari al 32% per le ragazze madri e al 21% per le donne di età  superiore ai 65 anni, rispetto al 16% degli ultrasessantacinquenni maschi.

Non sembra una prospettiva alquanto preistorica?

E siamo nel 2009…

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