E’ di pochi minuti fa la sentenza riguardante il processo contro Loubna Ahmed al Hussein, la giornalista accusata di abbigliamento “indecente”.
La donna venne arrestata il 3 luglio scorso perché indossava i pantaloni, fatto questo considerato, diciamo così, “ indecoroso” in Sudan.
Se riconosciuta colpevole, la donna rischiava fino a 40 frustate e il pagamento di una multa, circa 100 dollari, mentre la sentenza definitiva ha decretato sì la colpevolezza della donna ma questa dovrà pagare solo una multa di 200 dollari , sarà quindi esente dalle frustate…
La vicenda ha suscitato l’attenzione dell’intera comunità internazionale e il ‘processo dei pantaloni’ si è trasformato in un affare di stato
Tutto il mondo chiede ora al Sudan di ratificare la convenzione dell’Onu contro le torture e altre pene e trattamenti crudeli.
Lo stesso segretario generale dell’Onu Ban Ki moon ha espresso in merito la sua profonda preoccupazione ed ha invitato ad eliminare tutte le forme di discriminazione contro le donne nel Paese.
Hussein era stata arrestata a inizio luglio da alcuni agenti di polizia, una sorte di buoncostume, in un ristorante di Khartoum, con altre 12 donne, tutte arrestate per lo stesso motivo.
Alcune di queste donne provenivano dal Sud del Paese dove questa legge non è in vigore.
Hussein è una nota giornalista sudanese che pubblica regolarmente sul giornale di sinistra ‘al Sahafa’ e lavorava anche per la missione di pace delle Nazioni Unite in Sudan.
L’articolo 152 del Codice penale sudanese del 1991, entrato in vigore 2 anni dopo il colpo di Stato dell’attuale presidente Omar el Bashir, prevede una pena massima di 40 colpi di frusta per chiunque commetta un atto indecente o un atto che viola la moralità pubblica o porta abiti indecen
Dal 1991 a oggi sono almeno 20mila le donne che sono state arrestate e punite in base a questa legge.
Dieci delle donne fermate con lei si sono dichiarate colpevoli e sono state convocate due giorni dopo dalla polizia per essere frustate in pubblico 10 volte.
Le altre tre, fra le quali anche la giornalista, erano state invece rinviate a giudizio.
Anche Hussein avrebbe potuto subire la stessa sorte, ma ha invece contestato le accuse e fatto ricorso iniziando in questo modo una campagna pubblica per costringere il governo di Khartoum ad abolire una legge controversa che vieta a chiunque di indossare abiti ‘indecenti’.
Hussein ritiene che questo articolo violi la costituzione sudanese e lo spirito della legge islamica, Sharia in vigore nel nord del Sudan, in gran parte musulmano.
Per condurre questa sua battaglia si è anche licenziata dall’Onu per rinunciare all’immunità che i giudici sudanesi le avevano riconosciuto. “Non ho paura di essere frustata.
Sono pronta a subire anche più di 40 frustate purchè tutti sappiano cosa succede a Khartoum”, ha affermato recentemente la giornalista sudanese.
La donna ora è diventata un simbolo nel suo Paese.
Il simbolo della lotta al rispetto delle donne e delle loro libertà. Contrariamente ad altri Paesi della regione, le donne in Sudan sono molto presenti nella vita pubblica sebbene il Paese sia a maggioranza musulmana. Però alcune leggi rimangono discriminatorie nei loro confronti.
La battaglia condotta dalla reporter sudanese è ampiamente sostenuta e trasmessa dai media di tutto il mondo e in particolare da quelli sudanesi.
Questo è un’importante conquista in quanto nel Paese africano vige una forte censura della stampa locale e straniera.
Il processo doveva tenersi il 4 agosto scorso ma si tenne e venne rinviato ad oggi per la forte contestazione di centinaia di persone che si ammassarono all’interno del tribunale impedendone la funzionalità.
Anche stamani la polizia sudanese è dovuta intervenire per disperdere manifestanti che si erano radunati davanti al tribunale di Khartoum.
Si trattava di centinaia di donne, in maggioranza in pantaloni, che si sono radunate davanti alla Corte per manifestare il proprio appoggio alla giornalista.
Però ad esse si sono contrapposti decine di uomini in abiti tradizionali che, urlando slogan religiosi, hanno accusato la giornalista e le sue sostenitrici di essere delle prostitute.
La polizia è intervenuta picchiando la folla con bastoni e ha arrestato una dozzina di donne.
Fuori al Tribunale la polizia sudanese ha anche effettuato molti arresti tra cui quelli di 43 tra giornalisti e attivisti.
Magra consolazione la sentenza?
Naturalmente, il fatto che non verranno inflitte punizioni corporali alla giovane Loubna non può che renderci felici, ma il problema è a monte: perchè un processo?
Cosa aveva fatto di scandaloso questa donna da dover affrontare una battaglia simile?
Aveva indossato dei semplici pantaloni ed una blusa, cosa che suggerirei vivamente alle tante sgallettate della Tv nostrana.
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