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Irene Vilar: la donna che ha voluto abortire 15 volte
ottobre 2009 da Paola Assanti
Il 6 ottobre è uscito in America un libro che sicuramente dividerà l’opinione pubblica di tutto il mondo.
Il tema affrontato è l’aborto, il titolo del libro è «Impossible Motherhood», (letteralmente Maternità impossibile), la sua autrice è la portoricana Irene Vilar.
Fin qui si direbbe tutto normale, il classico libro su un classico argomento, se non fosse che la Vilar ripercorre una vita tragica ed un matrimonio segnato dall’esperienza di più di una interruzione di gravidanza (per la precisione 15 in 16 anni) e se non fosse che si tratta di un’autobiografia.
Attraverso il suo libro, la Vilar si mette a nudo, confessando al mondo i suoi 15 aborti volontari, senza nascondere quanta sofferenza le abbiano provocato e definendo lei stessa questa situazione una sorta di abortion addiction (dipendenza da aborto).
Nelle prime pagine l’autrice ripercorre quella che è stata la sua infanzia, un terribile periodo segnato da forti esperienze: a nonna incarcerata per 25 anni, la madre costretta, quando aveva soli 33 anni, a sottoporsi all’isterectomia, l’asportazione dell’utero, e i due fratelli tossicodipendenti.
A 16 anni, sposa un professore universitario cinquantenne, violento, che la porterà a tentare più volte il suicidio e ad automutilarsi.
La convinzione del marito, riguardo la morte del desiderio sessuale con l’arrivo dei figli, sembra prendere piede poco alla volta anche nella Vilar, spingendola, forse anche inconsciamente, ad abortire ogni volta che lei scoprirà di essere incinta.
Ciò che cambierà la sua vita sarà la morte del suo amato cane ed il periodo di riflessione che ne è seguito, portandola a mettere la parola fine a quel matrimonio violento ed insensato e ad innamorarsi, in seguito, di un altro uomo, che le farà capire, finalmente, il significato dell’amore, riuscendo per la prima volta a portare a termine una gravidanza.
I primi capitoli di questo libro sono segnati da un evento che potrebbe sembrare a chiunque normale, ma che per la Vilar assume un significato particolare: l’attesa del suo secondo figlio.
Leggendo queste poche righe, viene spontaneo esprimere un giudizio negativo nei confronti di una donna che potrebbe essere definita da molti una killer dei bambini.
Non conosciamo nella totalità le cause che l’hanno spinta ad una simile scelta, non mi sento quindi in grado di condannarla, perchè è sempre troppo semplice dispensare consigli e dare la propria opinione su un qualcosa che in fondo non si conosce.
Irene Vilar non è stata l’unica donna ad essere ricorsa più volte all’aborto, secondo quanto affermato dalla stessa autrice: «Circa metà delle americane che hanno interrotto la gravidanza nel 2004 (in tutto secondo i dati sono 1,5 milioni), lo avevano già fatto precedentemente.
Quasi il 20% ha abortito due volte nella vita e il 10% anche tre o più volte».
Ma a differenza di molte di loro lei ha avuto la fortuna di vivere poi la gioia della maternità.
La maggior parte delle donne che abortiscono più di una volta subiscono, infatti, seri danni all’utero e ciò compromette gravemente la possibilità di avere figli in futuro.
Magari questo libro potrà servire per ridare speranza a tutte quelle donne che i motivi più diversi hanno affrontato l’esperienza orribile dell’aborto (perchè ammettiamolo, è orribile, che sia o meno volontario).
Ma non me la sento di giudicare prima di aver letto il libro:
dietro ogni azione umana c’è sempre una motivazione, condivisibile o no.



























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