In Italia la discussione è aperta sulla necessaria valorizzazione delle donne ai vertici dei consigli di amministrazione e nelle società quotate in Borsa:
alcune proposte di legge sono state presentate, ma quali sono gli esiti dell’esperienza in altri Paesi dell’Unione?
Ne parla Mariasilvia Runa in un articolo ’’Fattore donna’’, pubblicato nei giorni scorsi.
“Mentre a Strasburgo, la settimana scorsa, si è discusso in sessione plenaria sul divario tra la differenza salariale tra uomini e donne, congedi parentali e violenza domestica partendo come base per il dibattito dal Rapporto Tarabella, l’International Herald Tribune intitolava “The Female Factor” l’ articolo apparso il 28 gennaio scorso e avente come oggetto una ricerca che, partendo dall’adozione otto anni fa da parte del governo norvegese della legge che imponeva il 40% di donne nei consigli di amministrazione delle imprese, voleva offrire un panorama generale sulla situazione delle pari opportunità in Europa.
Anche in una società come quella norvegese, così “strenuamente” attaccata e attenta al rispetto dell’uguaglianza di genere (basti pensare che l’80% delle donne norvegesi lavora e la metà dei ministri dell’attuale governo sono donne) questa legge sembrava radicale se non nell’obiettivo quanto meno nella portata del cambiamento che ad esso si riconduceva.
All’epoca, (anno 2002) le donne in Norvegia occupavano meno del 7% dei posti nei consigli di amministrazione del settore privato e rappresentavano meno del 5% dei capi di imprese.
Passati otto anni, le dirigenti donne hanno superato il 40% in circa 400 società e le donne rappresentano più di un quarto nei consigli d’amministrazione.
Questa legge proveniente dal profondo Nord Europa non è passata inosservata : Spagna e Paesi Bassi hanno adottato leggi simili prevedendo come termine ultimo per l’applicazione delle quote l’anno 2015.
In Francia, il Senato esaminerà tra breve una simile iniziativa legislativa già approvata lo scorso gennaio in sede di Assemblea generale, il cui obiettivo è quello di introdurre una “quota” di donne per il 2016.
Dispositivi legislativi simili sono previsti in Belgio, Regno Unito, Germania e Svezia.
Tuttavia, pur avendo messo (per legge) ai tavoli dei consigli di amministrazione le donne norvegesi e malgrado i buoni propositi legislativi in attesa di approvazione in diversi Stati membri dell’Unione, esistono ancora realtà deludenti.
Ecco alcuni dati forniti dal Reseau europeènne des femmes cadres : nell’UE le donne rappresentavano nel 2008 solo il 9,7% dei membri di consigli di amministrazione delle prime 300 imprese, contro all’8% nel 2004.
Se negli USA le donne sono presenti per circa il 15%, per contro esse sono estremamente rare in Asia laddove la proporzione è del 5% (in Cina e in India) e in Giappone solo del 1,4%.
Inoltre, l’International Herald Tribune cita uno studio condotto dalla Mc Kinsey sulle più grandi imprese europee, quelle che contano almeno tre donne nel Consiglio di amministrazione registrando un ritorno sui capitali superiore al 10% rispetto alla media.
Lo studio si guarda bene dall’attribuire questi risultati di migliori “perfomances” alla presenza femminile ma conclude che le imprese in cui le donne sono presenti ai posti di direzione si fanno notare per migliore gestione e migliore organizzazione.
Gli economisti, però, ritengono che il legame tra risultati e “femminilizzazione” dei consigli di amministrazione non è così evidente :
i Consigli si occupano prima di tutto di sorvegliare e di consigliare i dirigenti e i quadri superiori che restano nella stragrande maggioranza composti da uomini.
Parallelamente, la legge che impone le quote ha altre conseguenze inattese: le “gonne d’oro”, così la stampa ha soprannominato queste donne d’affari norvegesi molto ricercate, occupano molto spesso più posti contemporaneamente in vari consigli d’amministrazione.
Un gruppo élitario di una settantina di donne concentrato in 300 posti, così stima il Center Corporate Diversity.
Sempre dall’articolo si evince che secondo alcuni osservatori le 46 settimane di congedo per maternità pagato, accordato alle mamme norvegesi (contro le dieci settimane previste per i papà) portano ad uno svantaggio de facto per coloro le quali aspirano a dei posti con qualifica di quadro.
Altri invece ritengono che le donne siano più riluttanti degli uomini a sacrificare il tempo passato in famiglia.
Uno studio pubblicato l’anno scorso da due economisti svedesi indica che i congedi parentali superiori ad un anno siano nocivi nel progredire della carriera.
Secondo i ricercatori svedesi le donne rappresentano dal 27 al 32% dei quadri nei paesi scandinavi , contro il 34-43% in Australia, nel Regno Unito, Canada e Stati Uniti dove i congedi maternità sono più limitati.
Fonte: italiannetwork.it
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