Equità nel Parlamento europeo?Una futura realtà (forse)!
Il 2009 è un anno importante: in primavera, tra il 4 e il 7 giugno avranno luogo, nei 27 Stati membri dell’Unione, le elezioni europee.
Noi italiani saremo chiamati a votare per le elezioni del Parlamento europeo il 6 e il 7 giugno (ogni Stato è libero di fissare le date secondo le relative esigenze).
Ci troveremo così al cospetto di una nuova Commissione europea, e del suo Presidente, e di un nuovo Presidente per il Parlamento europeo.
Viene da chiedersi se vedremo girare in Parlamento solo giacche e cravatte o se tutte queste campagne a favore della parità fra i sessi serviranno a far sì che ci sia un’equità almeno all’interno di una rappresentanza così importante quale il Parlamento europeo, che si è sempre fatto portavoce della questione femminile.
Quella della rappresentanza parlamentare europea potrebbe essere un’occasione decisiva, per l’Unione europea, di diventare davvero democratica, e la democrazia richiede una parità dei sessi in ogni ambito, cominciando proprio dai posti decisionali della politica in cui vengono fatte delle scelte che si ripercuotono sulla vita di tutti noi.
L’attuale sottorappresentazione delle donne in seno all’Unione europea vanifica tutti i tentativi di promuovere una democrazia maggiormente inclusiva e partecipativa.
La parità di genere é una condizione indispensabile per la modernizzazione dei sistemi politici in modo da far sì che le donne e gli uomini condividano equamente diritti, responsabilità e poteri.
L’unico paese che ha più donne che uomini in Parlamento è l’Olanda, mentre Estonia e Svezia la seguono con parità di eurodeputati ed eurodeputate. L’eurodeputata danese Karin Riis-Jorgensen ha lanciato un’iniziativa per forzare la parità nelle cariche più alte della politica comunitaria: send2women.
Scopo dell’iniziativa è che i principali incarichi politici siano occupati al 50% da donne, questo significa che le cariche di Presidente del Parlamento, Presidente della Commissione europea, Presidente del Consiglio d’Europa e Rappresentante della Politica estera debbano essere equamente distribuite tra uomini e donne.
Chissà che non avvenga un miracolo!Già , perché solo un miracolo, forse, potrà concederci ciò che ci spetta di diritto.
Ma chissà :magari questa volta qualcuno capirà che se ci sono gravi problemi in Europa è perchè mancano le donne nei posti più importanti della sua vita politica.
Read MoreFemmes d’Europe
Vogliamo qui di seguito riportare la storia di un bollettino ufficiale che ha avuto particolare rilevanza nella questione femminile degli anni ’70 e ’80.
La Commissione delle Comunità Europee, sin dai primi anni 60, aveva avviato dei contatti con alcune organizzazioni femminili, azione questa incoraggiata in seguito dal sorgere di movimenti di emancipazione femminile alla fine degli stessi anni .
Nell’aprile del 1968 la Commissione europea aveva così riunito a Bruxelles i redattori capo delle principali testate giornalistiche della stampa femminile.
Fausta Deshormes, giornalista italiana ma giurista di formazione, in quel momento era stata incaricata di seguire i preparativi della DGX (Direzione Generale Informazione e Cultura) che aveva come ruolo fondamentale quello di informare i cittadini europei sulle politiche, i progetti e i principali obiettivi dell’Unione Europea e in cui la Deshormes si era fino a quel momento occupata delle relazioni con le università e le organizzazioni giovanili.
La Commissione europea era particolarmente interessata ad un’inchiesta su “Le donne e la CE” ed aveva, a riguardo, organizzato un colloquio di associazioni femminili nel marzo 1976 per sottoporre loro alcuni risultati.
Le 120 partecipanti avevano formulato, in seguito, il desiderio che venisse creata una struttura stabile che fornisse loro un’informazione permanente.
Questa inchiesta aveva dato luogo nel novembre del ’76 alla creazione della cellula “Informazione delle organizzazioni e della stampa femminile”.
Unita alla DGX e posta sotto la responsabilità di Fausta Deshormes, questa “cellula” aveva cominciato a funzionare nel gennaio 1977, ma non aveva ottenuto un posto ufficiale nell’organigramma della DGX nemmeno in seguito all’ulteriore qualifica di “Servizio Informazione Donne”.
Il servizio aveva come obiettivo quello di intrattenere un dialogo con e tra le donne, informandole e documentandole sui diversi aspetti dell’integrazione europea, aiutandole a scambiare esperienze e notizie.
Al fine di raggiungere i suoi obiettivi il servizio aveva agito particolarmente in due direzioni; sostenendo finanziariamente e moralmente la preparazione di incontri tra donne per favorire la coesione delle organizzazioni femminili, e attraverso la pubblicazione di una serie di bollettini di collegamento e informazione.
Il bollettino era stato denominato “Femmes d’Europe” , e successivamente è stato completato dai supplementi e da quaderni monografici.
Una parte della rivista era dedicata alle iniziative comunitarie riguardanti le donne, un’altra invece era dedicata alla vita militante delle donne a partire dalle informazioni inviate dalle cittadine stesse.
Questo era ciò che particolarmente dava originalità alla rivista della Commissione CE, che inizialmente era uscita in modo irregolare ma che ben presto era divenuta bimestrale, oltre ad essere gratuita, per ottenerne una maggiore diffusione.
Questa rivista era diventata ben presto una sorta di Giornale Ufficiale dei diritti delle donne benché avesse precisato, nel 1978, di non voler essere né un’ enciclopedia, né un annuario né tanto meno un “giornale ufficiale”, nonostante la sua funzione fosse oramai divenuta quella.
Il 1979 aveva visto la prima elezione a suffragio universale del Parlamento europeo e ciò aveva offerto un terreno d’azione privilegiato al nuovo servizio.
La sua prima campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica femminile si era focalizzata con successo sull’avvenimento: 67 donne avevano ottenuto un mandato con una percentuale del 16% contro il 6% del Parlamento precedente.
Questa è stata considerata una possibilità storica perché si è trattato per le donne di cogliere l’opportunità di contribuire direttamente al futuro sviluppo dell’Unione europea.
In qualità di elettrici o come futuri membri del Parlamento europeo, le donne avrebbero potuto svolgere un ruolo centrale per la realizzazione di obiettivi nel settore della parità fra le donne e gli uomini e per affrontare le sfide politiche del futuro.
Nell’ottobre dello stesso anno era stata istituita una Commissione ad hoc per i Diritti della donna con il compito di preparare un dibattito parlamentare sulla situazione delle donne nella Comunità europea.
L’ultimo numero di Femmes d’Europe è uscito nel luglio 1991 e l’anno seguente Fausta Deshormes si è ritirata Tra gli anni ’70 e ’80 l’Europa ha conosciuto un’evoluzione di apertura verso le idee di uguaglianza, ha visto la diffusione di leggi che hanno reso più ampio l’accesso alla scolarità , alla salute, alla protezione sociale.
I cambiamenti avvenuti riguardo la condizione femminile s’inscrivono in tale contesto e Femmes d’Europe ha aiutato le cittadine europee di quegli anni a seguirli attraverso la sua opera d’informazione precisa rilevando, nel corso degli anni, una maggiore volontà da parte delle donne di non sottostare più alle discriminazioni subite nel corso di millenni, di avere più opportunità d’accesso alla scolarizzazione e a corsi di formazione che permettesse loro di scegliere fra più carriere professionali e Femmes d’Europe, a riguardo, non è stata solo un fattore d’informazione delle azioni comunitarie attuate in loro favore ma ha costituito un elemento d’azione di una Comunità in cui le donne dovevano avere la stessa rilevanza nei posti decisionali della politica, dell’economia e della società .
Femmes d’Europe nasce come espressione della posizione della Comunità europea nei confronti della questione femminile degli anni ’70 e ’80, un periodo particolare della storia della Comunità , in cui le donne assumono nel mondo del lavoro un ruolo differente dal passato, in un momento di cambiamenti politici ed economici dell’Europa.
La donna lavoratrice ha in quegli anni acquisito il riconoscimento di basilari garanzie di trattamento, ad esempio nelle aree della remunerazione, formazione, di carriera grazie all’impegno delle istituzioni comunitarie con l’adozione ad esempio di importanti direttive come quelle del 10 febbraio 1975 e del 9 febbraio 1976.
Tale politica è stata sostenuta proprio dalla creazione del Servizio Informazione Donne e da Femmes d’Europe, rivista che attraverso la sua opera d’informazione, di studio e di documentazione continua sulle iniziative comunitarie in materia di parità ha contribuito a sostenere il discorso pubblico comunitario su questi temi e a sollecitare un maggiore coinvolgimento delle donne alla vita politica della Comunità .
Read MoreL’articolo 119 del Trattato di Roma 1957
La parità fra donne e uomini rappresenta uno degli obiettivi dell’Unione europea, nonché un valore e un diritto fondamentale dell’Unione.
Fino all’approvazione (1997) e all’entrata in vigore (1999) delle modifiche introdotte dall’unica disposizione legale per la parità di genere era la norma contenuta nell’articolo 119 del Trattato di Roma del 1957 che riconosceva il principio della parità salariale tra donne e uomini per uno stesso lavoro, a seguito delle pressioni esercitate dal governo francese.
La Francia temeva infatti che la creazione di un mercato comune europeo l’avrebbe penalizzata economicamente per il suo alto livello di protezione dei lavoratori e delle lavoratrici, mobilitandosi con successo affinché tale principio venisse inserito nel Trattato.
L’articolo 119 è stato dunque inserito inizialmente per ragioni strettamente economiche piuttosto che per promuovere una maggiore giustizia sociale nel contesto della condizione lavorativa delle donne.
La disposizione introdotta nel Trattato di Roma si collocava sulla scia della Convenzione n. 100 approvata nel 1951 dall’OIL, la quale sanciva la parità delle remunerazioni tra donne e uomini per uguale lavoro e lavoro di uguale valore, ma le finalità che stavano alla base della loro approvazione erano differenti poiché la Convenzione mirava al miglioramento delle condizioni di vita delle lavoratrici, mentre l’art. 119 aveva come obiettivo la creazione di condizioni per una regolare competizione economica.
Secondo l’art. 119 del Trattato CE, “ogni Stato membro della Comunità si sarebbe impegnato ad assicurare nel corso della prima tappa della costruzione del mercato comune, ed a mantenere in seguito, l’applicazione del principio dell’uguaglianza delle remunerazioni fra i lavoratori maschi e le donne nello stesso lavoro.
Per remunerazione si intende il salario o il trattamento di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o no dal datore di lavoro al lavoratore in riferimento all’occupazione di quest’ultimo.
L’uguaglianza delle remunerazioni, senza discriminazione fondata sul sesso, implica che la remunerazione accordata per lo stesso lavoro pagato per assolvere il proprio compito sia stabilito sulla base della stessa unità di misura e che la remunerazione accordata per un lavoro pagato a tempo sia lo stesso per lo stesso posto di lavoro”.
Secondo l’art. 119 del Trattato CE l’uguaglianza delle remunerazioni sarebbe dovuta essere realizzata entro la prima tappa della costruzione del mercato comune, tuttavia ciò sarebbe avvenuto molto lentamente poiché continuavano a sussistere numerosi casi di discriminazione riguardo ad esempio le differenti qualificazioni di lavoro.
Ciò che è importante tener presente riguarda il fatto che l’art. 119 stabiliva la parità salariale per uno stesso lavoro ed escludeva quello per un lavoro di eguale valore.
Questo fa capire come mai le discriminazioni fra donne e uomini fossero ancora elevate; le donne, difatti, erano relegate maggiormente in lavori considerati “tipicamente femminili”, ed un lavoro del genere non sarebbe stato paragonabile ad un lavoro prettamente maschile malgrado le stesse ore di lavoro e lo stesso impegno nello svolgerlo.
Il Parlamento europeo rivendicava il forte valore sociale dell’art. 119, e particolarmente importanti sono state le dichiarazioni del deputato socialista Léon- Eli Troclet nell’ottobre del 1961, dichiarazioni rese in occasione del primo dibattito parlamentare sulla parificazione dei salari:
“l’article 119 constitue non seulement un engagement mutuel entre les Etats, mais un engagement à l’égard des travailleurs. Ce serait vraiment, pour les travailleurs, une grande déception de devoir enregistrer une carence dans un domaine social particulier, surtout lorsqu’il a fait l’objet d’un article précis du Traité de Rome. Cette grande déception aurait des consequences politiques, car on doit bien se render compte qu’il n’yaura pas d’integration réelle de l’Europe si les travailleurs n’y sont pas associés”.
Malgrado l’inserimento dell’art. 119 che impegnava i sei Stati membri di allora ad applicare il principio della parità salariale entro il 1963, nessuno Stato si era preoccupato di approvare le misure legislative per la parità relegando in tal modo l’art. 119 ad assumere una valenza moralmente esortativa.
Al termine della prima tappa del periodo transitorio del Mercato Comune (1963) il differenziale tra donne e uomini raggiungeva ancora il 20% in molti Paesi e perciò la Commissione Europea, nel suo rapporto sullo stato di attuazione del 31 dicembre 1964 del principio della parità di retribuzione, aveva ribadito che il principio della parità salariale doveva essere inteso nel senso più ampio possibile in modo da eliminare qualunque discriminazione che colpiva le retribuzioni femminili.
La continuità delle discriminazioni tra donne e uomini era stata denunciata in quegli anni da più di 3000 operaie della Fabbrica nazionale belga di armi da guerra con sede a Herstal che scioperarono dal 16 febbraio all’8 maggio del 1966 rivendicando l’applicazione dell’art. 119 e dando vita alla prima protesta sociale in nome del Trattato di Roma.
Le persone che avevano partecipato a tale manifestazione erano tutte donne, donne che dichiaravano di lavorare in condizioni indecenti, con le mani nell’olio per tutto il giorno, guadagnando meno di uno spazzino o di un fattorino, e affinché venisse riconosciuta loro un’adeguata qualificazione decisero, scioperando, di far valere i propri diritti.
È stata proprio la fine degli anni ’60 il periodo in cui qualcosa cominciava a cambiare, in cui si faceva strada la seconda ondata di femminismo, le cui rivendicazioni differivano da quelle della prima ondata di femminismo poiché caratterizzato da scelte innovative riguardanti le rivendicazioni a livello politico, con modifiche legislative, e a livello sociale.
In questi anni donne come Evelyne Sullerot o l’avvocato Eliane Vogel Polsky hanno contribuito a mettere in evidenza la situazione di disagio in cui vivevano le donne, chi attraverso i sui scritti, come la Sullerot, chi attraverso azioni legali, come la Vogel- Polsky la quale, grazie ad una causa giuridica, riusciva a far interpretare l’art. 119 in modo da conferirgli una valenza strumentale.
Nel corso della causa Defrenne contro Sabena del 1975 intentata da una hostess che lamentava di essere stata soggetta a discriminazione da parte del proprio datore di lavoro, la compagnia aerea nazionale Sabena, la Vogel Polsky aveva sostenuto la tesi secondo cui era necessaria la diretta applicabilità dell’art. 119, tesi a cui aderiva la Corte di Giustizia delle Comunità europee con l’adozione di un’interpretazione nuova dell’articolo che da allora permette ai cittadini europei di invocare nei tribunali nazionali l’applicazione della norma dei Trattati nei casi di discriminazione basata sul sesso.
La sentenza della Corte sosteneva che il riconoscimento del principio di parità salariale a livello europeo fosse un obiettivo sociale della Comunità la quale, secondo le parole della Corte, ”non era semplicemente un’unione economica, ma era contemporaneamente finalizzata, attraverso un’azione comune, ad assicurare il progresso sociale e a cercare il costante miglioramento delle condizioni lavorative dei suoi popoli”.
La nuova interpretazione dell’articolo 119 è risultata fondamentale perché ha avviato il processo di istituzionalizzazione della politica per la parità di genere con la creazione di regole e strutture sovranazionali apposite.
Read MoreGender gap ancora alto in Italia
Secondo l’annuale “Rapporto sulle condizioni di lavoro nell’Unione Europea 2007-2008” un evidente differenziale di genere permane per quanto concerne i dati occupazionali e cioè disoccupazione, tasso di attività ecc. : questa differenza è nota come “gender-gap”.
L’Italia risulta essere agli ultimi posti in Europa sia per quanto riguarda la disoccupazione, che il tasso di attività e la retribuzione.
Secondo i dati Eurostat il gender-gap esistente in termini di percentuale, tenendo in considerazione tutti gli Stati membri dell’Unione, risulta pari al 14,3%.
Il dato allarmante proviene dall’Italia, con un differenziale pari al 24%, mentre si collocano ai primi posti i Paesi nordici, tra cui la Finlandia, che ottiene il primo posto con il 4% di differenziale.
Read MoreL’imprenditoria femminile degli anni ’90
La discriminazione sui luoghi di lavoro è tutt’altro che un fenomeno debellato e colpisce ancora centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo.
Il mercato del lavoro è inoltre, sempre più, una questione di genere: l’occupazione cresce, ma non in eguale misura per le donne e per gli uomini.
La storia ci insegna che il particolare momento economico, politico e sociale e soprattutto le esigenze di produzione e di mercato stabiliscono determinano la presenza più o meno numericamente consistente delle donne nel mondo del lavoro.
Pensiamo ad esempio alla crisi degli anni ’70 in Europa, proprio mentre questa si avviava alla realizzazione di un mercato unico dentro cui si rendeva necessaria una certa stabilità economica degli Stati membri.
La crisi economica del 1973 e le conseguenti ristrutturazioni hanno messo in luce differenze di sviluppo tra alcuni Stati.
Le difficoltà economiche erano da attribuirsi in larga parte proprio alle disuguaglianze esistenti tra donne e uomini nel mondo del lavoro, in cui le donne risultavano particolarmente vulnerabili in ragione dell’accresciuta concorrenza sul mercato del lavoro, situazione resa ancora più critica dall’introduzione delle nuove tecnologie per le quali si richiedeva un buon livello di preparazione.
Il progetto europeo, difatti, non aspirava soltanto a creare uno spazio dicrescita economica, ma si impegnava anche a favore del progresso sociale.
La presenza femminile nelle posizioni manageriali, ad esempio, risultava all’inizio degli anni ’90, scarsa o addirittura inesistente.
I vertici manageriali all’interno delle aziende pubbliche e private e le più alte cariche accademiche o scientifiche negli enti di ricerca pubblici hanno visto negli anni ’90 una scarsissima presenza femminile che persiste ancora oggi anche se in misura inferiore.
L’accesso delle donne alle posizioni di vertice nell’industria privata sembrava essere inversamente proporzionale alla grandezza dell’impresa.
Si passava, infatti, dal 7% di donne dirigenti nelle piccole imprese al 3% nelle grandi imprese (oltre 500 addetti).
Tra la fine degli anni ’80 e i l’inizio degli anni ’90 si è così osservata in Europa la tendenza crescente di donne ad orientarsi verso la creazione di piccole attività indipendenti in tutta la Comunità come mezzo per risolvere in parte il problema della disoccupazione femminile ma molto spesso non si è riuscite a creare un’impresa per mancanza di formazione e di saper fare.
Le donne, poi, non hanno trovato sempre il contesto adatto per trasformare l’idea in una concreta iniziativa imprenditoriale.
Emerge da molte ricerche la conferma che le donne muovono i primi passi, verso la scelta imprenditoriale, da una posizione di partenza più debole.
Si sono delineati, infatti, negli anni ’90, percorsi fortemente differenziati tra uomini e donne in merito all’avvio di una nuova impresa.
Gli uomini scelgono più frequentemente di mettersi in proprio dopo una consolidata esperienza come dipendenti, molte volte nello stesso settore.
La decisione di mettersi in proprio deriverebbe da una spinta forte verso l’autorealizzazione professionale ed economica che spesso il lavoro dipendente non consente di conseguire.
Per le donne la scelta di mettersi in proprio veniva spesso determinata da uno stato di necessità , per porre rimedio a un periodo di disoccupazione o di non occupazione prolungata.
Non hanno pertanto accumulato quelle esperienze, competenze e conoscenze che un’attività lavorativa pregressa può invece consentire.
Le donne inoltre non disponevano di risorse economiche adeguate e hanno avviato imprese di dimensioni medie inferiori a quelle maschili.
Ciò contribuisce a spiegare la relativa debolezza delle imprese femminili.
La strada del sostegno all’accompagnamento delle donne verso un lavoro imprenditoriale risulterebbe una scelta vincente per incoraggiare un maggior numero di donne ad intraprendere la strada della creazione di una impresa.
Aspirazione all’autonomia ed indipendenza, qualità del lavoro, acquisizione di margini di maggiore libertà e di controllo diretto sul proprio lavoro e la propria vita e il riconoscimento sociale, sarebbero le motivazioni alla base delle scelte delle imprenditrici.
Le forti motivazioni e l’adeguata preparazione non sono state però spesso sufficienti a superare alcuni ostacoli quali il reperimento di capitale, l’acquisizione dei clienti e la mancanza di servizi che costituiscono le difficoltà più rilevanti per i neoimprenditori senza particolari differenze di genere.
Tuttavia le imprenditrici evidenziavano un’area di problematicità tutta femminile costituita dalla necessità di conciliare il lavoro con le esigenze famigliari (16.6%).
La famiglia dunque non era solo fattore di sostegno ma anche fattore di vincolo.
L’accesso al credito rimaneva comunque uno dei nodi centrali per l’avvio dell’attività imprenditoriale, un elemento decisivo nel determinare le concrete possibilità di successo.
I risultati di varie ricerche a livello europeo sottolineavano come le imprese femminili facessero maggiormente ricorso al capitale fornito dal circuito famigliare/amicale, e al credito bancario ma anche al capitale proprio in fase di avvio dell’impresa.
Il mancato ricorso al credito bancario era spesso imputabile, per le imprese femminili, alla difficoltà di prestare le garanzie richieste e alla mancanza di convenienza economica.
Il programma ILE ( iniziative locali d’impiego per le donne) realizzato in sede Comunitaria nel 1987 e che prevedeva l’erogazione di contributi diretti alle donne che volessero avviare a livello locale un’attività autonoma, un’impresa, una cooperativa, una iniziativa a scopo sociale ed ambientale, con posti di lavoro a maggioranza femminile, ha giocato un ruolo fondamentale in quanto nel periodo compreso fra il 1994 e il 1995 sono stati creati 1300 impieghi portando al 44% il numero di donne imprenditrici nell’Unione Europea.
La creazione di imprese presentava pertanto un interesse considerevole per lo sviluppo futuro dell’economia europea nella misura in cui le piccole e medie imprese costituivano un’importante risorsa per la creazione di posti di lavoro.
In Italia uno strumento a sostegno dell’attività lavorativa femminile è stato rappresentato dalla legge n. 215 del 25 febbraio 1992 recante Azioni positive per l’imprenditoria femminile, la quale mirava a favorire la creazione e lo sviluppo dell’imprenditoria delle donne, a promuovere la formazione imprenditoriale e a qualificare la professionalità delle donne imprenditrici.
Tale legge era volta a far sì che le imprese fossero composte per il 60% da donne e le imprese stesse erano tenute a mantenere la prevalenza femminile nella società per almeno 5 anni.
Nella Comunità europea i fondi strutturali sono stati gli strumenti della politica comunitaria del lavoro; tra questi il più importante è stato il Fondo Sociale Europeo, creato dal Trattato di Roma del 1957, i cui interventi finanziari concernevano la promozione e lo sviluppo strutturale delle regioni, il risanamento dei territori gravemente colpiti dal declino industriale, la lotta contro la disoccupazione duratura, facilitando l’inserimento di giovani e integrando nel mercato del lavoro le persone più deboli e minacciate dal lavoro stesso, la promozione dello sviluppo delle zone industriali e delle regioni con una densità di popolazione estremamente debole.
Circa l’80% dei fondi del FSE vengono utilizzati per combattere la disoccupazione di lunga durata e l’esclusione dal mercato del lavoro, fornire ai giovani le qualifiche necessarie e l’opportunità di trovare lavoro, promuovere la parità di opportunità ed aiutare i lavoratori nel processo di adeguamento alle trasformazioni industriali.
In particolare, il FSE sostiene la formazione di personale insegnante, la riqualificazione e la formazione professionale continua, oltre a finanziare le interconnessioni tra istituti di formazione e a contribuire alle spese per la custodia dei figli sostenute da donne che intendano seguire corsi di aggiornamento professionale.
Ottimi risultati si sono per esempio ottenuti con un’iniziativa condotta a Brema, che ha consentito a numerose donne di acquisire una formazione in vari campi: attività tecnico-commerciali o paramediche, nonché elaborazione dati e tecnica delle comunicazioni.
Quasi l’80% delle partecipanti ha poi potuto trovare un lavoro.
Per facilitare l’accesso di queste donne al mondo del lavoro, il FSE ha provveduto a pagare i costi per la custodia dei figli, ma anche un salario minimo durante il periodo di formazione.
L’attività imprenditoriale rappresenta per le donne uno sbocco lavorativo in grado di fornire in molti casi elementi significativi di gratificazione sotto il profilo professionale, nonché sul piano del raggiungimento di una compiuta auto-realizzazione dal punto di vista sia culturale che personale: per molte donne quindi la creazione di piccole e medie imprese può rappresentare una grande opportunità , una soluzione importante al problema della ricerca di un lavoro.
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